Che bello, l’occupazione femminile è cresciuta in Italia di “quasi l’un per cento” rispetto al 2012.

Fermo restando che “quasi l’un per cento” non sia un dato affatto entusiasmante, ho deciso di approfondire l’argomento.

Intanto in Italia quando si parla di crescita (o decrescita) è sempre rispetto all’anno precedente (nel nostro caso il 2012) e questo è un dato non solo relativo ma davvero approssimativo.

Leggendo l’ultimo rapporto annuale Istat (Giugno 2013) e volendo fare una prima valutazione economica dei dati analizzati comprendo che il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro un 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15).

Già questo dato mi fa capire che per quanto in questa nazione ormai siamo abituati ad accontentarci, quel “quasi un per cento” non solo non è entusiasmante ma non è proprio più accettabile.

Andando avanti nell’analisi apprendo che la ripresa dell’occupazione femminile è in parte ascrivibile alla crescita delle occupate straniere (+76 mila, +7,9 per cento) impiegate quasi esclusivamente in lavori non qualificati presso le famiglie, in qualità di badanti, collaboratrici domestiche e assistenti familiari e concentrate soprattutto nella classe di età tra i 35 e i 49 anni.

E fino a qui forse c’era da aspettarselo e non che a lavorare in Italia fossero solo le straniere (portatrici di valore economico alla pari delle Italiane), ma c’era da aspettarsi la scarsa qualificazione dei lavori di cura, che dimostra che con i bambini e gli anziani c’è ancora troppa improvvisazione. Poco valore è ancora dato a chi deve educare o assistere, due ruoli fondamentali per la crescita di ogni Paese.

Ma continuiamo l’analisi. Dall’inizio della crisi,  il ritmo di crescita dell’occupazione femminile nelle professioni non qualificate è più che raddoppiato rispetto a quello degli uomini (l’occupazione femminile cresce nel periodo 2008-2012 del 24,9 per cento, quella maschile del 10,4 per cento) e più che triplicato nell’ambito delle professioni che riguardano le attività commerciali e i servizi (+14,1 e +4,6 per cento, rispettivamente). Questo implica un impoverimento culturale (sempre meno donne si formano per qualificarsi) e una svalutazione dell’intero sistema.

Alla faccia della parità di genere poi se, per spiegare il 50 per cento dell’occupazione maschile occorrono 51 professioni, mentre per dare conto di quella femminile ne sono sufficienti 18. Commesse alla vendita al minuto, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il maggior numero di occupate (1 milione 737 mila unità, 18 per cento del totale dell’occupazione femminile).

E’ chiaro che in questo quadro, il peggioramento delle condizioni generali del mercato del lavoro ha intensificato il fenomeno della segregazione di genere che relega il lavoro femminile solo a determinati mestieri, mentre per altri quali l’imprenditoria o la dirigenza di grandi imprese la connotazione è sempre più maschile.

Ma il dato più scioccante è che nel 2012 l’incidenza delle donne sovraistruite, ossia impiegate in professioni per le quali il titolo di studio richiesto è inferiore a quello posseduto, continua a essere maggiore di circa 3 punti percentuali di quella degli uomini (23,3 per cento contro 20,6 per cento).Questa per il Paese è una perdita secca di valore economico, mentre per le laureate che si abbassano a fare i lavori più umili rappresenta una perdita di motivazione e di voglia di mettersi in gioco. Del resto anche quando dopo tanti sacrifici una su mille ce la fa e trova un posto di lavoro, lo stipendio che le arriva è di circa il 20 per cento in meno rispetto a quello del suo collega maschio. Bisogna proprio essere forti per non scoraggiarsi.

E allora eccolo smascherato quel “quasi un per cento” di crescita dell’occupazione femminile.  E’ lavoro non qualificato delle donne, quello fatto per necessità visto che in molti nuclei familiari si è perso il reddito del capofamiglia a causa della disoccupazione (i nuclei con figli in cui nella coppia solo la donna lavora sono passati da 224 mila nel 2008 (5,0 per cento), a 314 mila nel 2011 (7,0 per cento) fino a 381 mila nel 2012 (8,4 per cento)). Le donne del 2014 continuano a fare i lavori che facevano 60 anni fa senza riuscire a sfondare quel maledetto soffitto di vetro, nonostante la sovraistruzione.

Ma allora di quale occupazione femminile stiamo parlando?

 

di Marzia Del Prete

Share it now!